Laurea abilitante in Psicologia: tra inclusione, qualità e responsabilità professionale
di Antonella Di Troia
Negli ultimi anni il sistema di accesso alle professioni regolamentate ha subito una trasformazione significativa. Con l’introduzione della legge 163/2021, anche la laurea magistrale in Psicologia è diventata abilitante: il conseguimento del titolo coincide oggi, di fatto, con l’accesso alla professione. Si tratta di un cambiamento strutturale che ogni anno coinvolge circa 8.000–9.000 nuovi laureati destinati a entrare direttamente nel mercato del lavoro come psicologi. Un dato che, da solo, impone una riflessione non solo sul piano formativo, ma anche su quello professionale, etico e sociale.
Dalla semplificazione all’anticipazione dell’abilitazione
La riforma nasce con un obiettivo chiaro: semplificare e ridurre i tempi di ingresso nel mondo del lavoro, eliminando il passaggio dell’esame di Stato post-lauream. Nel modello attuale, il tirocinio pratico-valutativo (TPV), pari a 30 CFU, è integrato nel percorso universitario e rappresenta il principale strumento di acquisizione e verifica delle competenze professionali. Questo spostamento ha un effetto rilevante: la funzione di filtro, prima collocata dopo la laurea, è oggi interamente interna al percorso formativo universitario.
Nel sistema precedente, il percorso abilitante prevedeva un tirocinio post-lauream di circa 1000 ore distribuite nell’arco di un anno, seguito da un esame di Stato articolato in più prove scritte e orali. Pur con i suoi limiti, questo modello introduceva un ulteriore livello di verifica tra il conseguimento del titolo accademico e l’accesso alla professione. Oggi tale funzione è affidata al TPV e alla prova pratica valutativa (PPV). La questione, quindi, non è se la laurea debba essere abilitante, ma se i dispositivi interni al percorso formativo siano realmente in grado di garantire lo stesso livello di rigore, selettività e qualità.
Il nodo del TPV
Il punto critico non è l’esistenza del TPV, ma il suo posizionamento. Una parte significativa delle attività professionalizzanti avviene infatti in una fase del percorso in cui lo studente non ha ancora pienamente consolidato le competenze teoriche e cliniche. Il rischio è che il tirocinio si traduca in esperienze prevalentemente osservative, con un impatto limitato sullo sviluppo dell’autonomia professionale.
In una professione come quella dello psicologo, la competenza non si costruisce soltanto attraverso conoscenze teoriche, ma richiede integrazione tra teoria e pratica, esposizione progressiva alla complessità, supervisione qualificata e maturazione personale e professionale. Sono processi che richiedono tempo e continuità, difficilmente comprimibili senza conseguenze.
Le lauree abilitanti sono state pensate per accelerare l’ingresso nel mondo del lavoro, ma nel caso della Psicologia è legittimo chiedersi se la riduzione dei tempi rappresenti sempre un vantaggio. In una professione sanitaria relazionale non è la rapidità a fare la differenza, ma la qualità e la solidità del percorso formativo. Anticipare l’abilitazione non equivale necessariamente a migliorare l’accesso alla professione. Il rischio è che la velocità non sia accompagnata da un adeguato livello di maturazione delle competenze.
L’ingresso annuale di migliaia di nuovi psicologi apre inoltre una questione inevitabile: come si inseriranno nel mondo del lavoro? In assenza di un adeguato livello di competenze operative, il rischio è duplice: da un lato la difficoltà di inserimento e la precarizzazione, dall’altro la pressione verso ulteriori percorsi formativi percepiti come necessari per colmare lacune iniziali. In questo scenario può emergere una competizione basata prevalentemente sul prezzo più che sulla qualità dell’offerta, con una possibile svalutazione della prestazione psicologica.
La tutela dell’utenza e credibilità della professione
La qualità della formazione non è un tema interno alla categoria: riguarda direttamente la tutela dell’utenza. Quando l’abilitazione non corrisponde a una piena maturazione delle competenze operative, il rischio è quello di interventi poco efficaci o non adeguatamente fondati, con difficoltà nella valutazione del caso, nella gestione della relazione e nel riconoscimento dei propri limiti professionali. Nel medio periodo questo può incidere anche sulla fiducia dei cittadini.
Una professione perde valore non quando diventa accessibile, ma quando smette di essere esigente.
Il diritto allo studio deve essere garantito a tutti, senza eccezioni. Diversamente, l’accesso all’esercizio di una professione sanitaria non è un diritto automatico, ma è subordinato alla dimostrazione di competenze adeguate e della capacità di esercitare in modo responsabile. Confondere il diritto allo studio con un presunto diritto automatico alla professione rischia di indebolire il principio stesso di tutela dell’utenza.
Inclusione e idoneità
Anche il tema del TPV in presenza pone questioni delicate. Il tirocinio pratico-valutativo è stato concepito come esperienza professionalizzante fondata sull’attività in contesti reali. In alcune situazioni possono emergere esigenze di deroga, fondamentali sul piano dell’inclusione, ma che pongono interrogativi sull’impatto formativo. Modalità alternative, come attività a distanza o analisi di casi, possono certamente sviluppare alcune competenze, ma difficilmente sostituiscono l’esperienza diretta della relazione professionale. Il rischio è quello di percorsi formalmente inclusivi ma professionalmente fragili, con ripercussioni sull’inserimento lavorativo e sulla sicurezza operativa.
La questione diventa ancora più delicata nei casi complessi. Alcuni studenti possono trovarsi in condizioni che rendono difficile la continuità del percorso formativo o lo svolgimento del TPV in presenza. Il tema non è mettere in discussione l’inclusione, che deve restare un principio non negoziabile, ma interrogarsi sulla coerenza tra percorso formativo, sviluppo delle competenze e reale idoneità all’esercizio professionale.
La professione di psicologo richiede infatti la capacità di sostenere nel tempo una relazione clinica, gestire la complessità emotiva e assumere responsabilità nei confronti dell’utenza. In assenza di sistemi valutativi sufficientemente rigorosi, esiste il rischio che l’abilitazione venga conseguita anche in presenza di competenze non pienamente consolidate.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: non tutti gli studenti intraprendono il percorso con l’obiettivo immediato di esercitare la professione. Tuttavia l’abilitazione viene acquisita e resta nel tempo. Questo solleva una domanda rilevante: cosa garantisce che chi decide di esercitare anche a distanza di anni disponga di competenze aggiornate e realmente operative?
In questo scenario il ruolo dei tutor diventa centrale. Il giudizio di idoneità del TPV rappresenta oggi il principale filtro di accesso alla professione e, soprattutto nei casi più complessi, richiede criteri chiari, condivisi e realmente rigorosi. Quando la funzione di filtro è concentrata in pochi passaggi interni, diventa essenziale che questi siano effettivamente selettivi. Non si tratta di una responsabilità del singolo tutor, ma di una criticità strutturale del sistema.
Una sfida per la professione
Le lauree abilitanti hanno naturalmente impatti differenti nelle varie professioni sanitarie. Nel caso della Psicologia, però, la competenza professionale si fonda su processi di maturazione e integrazione che richiedono tempo, esperienza e supervisione. Questo rende particolarmente delicata una compressione dei tempi non accompagnata da un rafforzamento dei dispositivi formativi.
La laurea abilitante rappresenta quindi un cambiamento importante, ma in una professione come quella dello psicologo semplificare l’accesso non basta. La qualità dell’abilitazione non è un tema esclusivamente interno alla categoria, ma una responsabilità verso i cittadini. La sfida non è scegliere tra inclusione e qualità, ma riuscire a garantire entrambe, perché una professione sanitaria mantiene il proprio valore non quando accelera semplicemente i tempi, ma quando preserva la qualità delle competenze e la tutela delle persone.
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